I conti Cadolingi

I Cadolingi furono un’importante casata feudale Toscana, dagli inizi del X secolo fino al XII ebbero un ruolo di primo piano nello scacchiere politico regionale. Mantennero il titolo di conti di Pistoia sotto i re d’italia e in seguito fino ai primi imperatori della casa di Sassonia.
All’apogeo della loro potenza il territorio Cadolingi si estendava per buona parte della Toscana settentrionale comprendendo il Pistoiese, la Valdinievole, parte della Valdarno comprendendo la zona di Fucecchio, oltre che alcune zone delle Colline Pisane e della Valdelsa.
Narrare la storia della famiglia significa anche ripercorrere i mutamenti degli equilibri politici della Toscana medievale: l’anarchia feudale, la lotta per le investiture, l’indebolimento delle famiglie feudali e l’emergere delle città.

Possedimenti dei conti Cadolingi
Possedimenti dei conti Cadolingi

 

Le origini della carica comitale

Il nome della casata deriva dal nome del conte Cadolo, che non ne fu il capostipite, visto che abbiamo notizie di questa stirpe antecedenti di due generazioni. Erano probabilmente di origine longobarda, come si può intuire dai loro stretti rappporti con importanti casate longobarde come i Tassimanni di Pistoia o dal fatto che il territorio pistoiese era una delle zone a maggior presenza longobarda della Toscana.
Il primo membro della famiglia noto fu tale Teudicio, che risulta morto nel settembre del 923, in un documento in cui viene nominato in quanto padre del vivente conte Cunerado. Teudicio aveva già considerevoli proprietà attorno a Pistoia e della valle dell’Ombrone, ma molto probabilemente non ebbe mai il titolo di Conte. Per rintracciare le origini del potere comitale della famiglia occorre ampliare lo sguardo alla situazione politica dell’allora Regno d’Italia.
L’Italia centro-settentrionale viveva, agli inizi del X secolo, una situazione di instabilità, nel quale i feudatari si contrapponevano al potere regio. L’attuale Toscana settentrionale inizialmente era governata direttamente dal duca o dal marchese di Tuscia, almeno fino alla morte del marchese Adalberto il Riccio, nel 915. Re Berengario I (850-924), probabilmente ritenendo che lasciare un territorio così vasto nelle mani di un solo signore potesse costituire una minaccia decise di suddividere il territorio in contee governate da conti di nomina regia. Tra questi nuovi signori feudali fa la sua comparsa il già citato Cunerado, nominato conte di Pistoia.

 

Cadolo estende il potere della famiglia

A Cunerado successe Cadolo, come detto, è da lui che la famiglia prenderà il nome. Non esistono date certe riguardo gli anni in cui è nato, morto e vissuto, ma possiamo desumere da alcuni documenti che fosse ancora vivo tra gli ’50 e ’60 del X secolo, mentre in un testo del 982 viene citato come defunto, benchè non sia riportata l’effettiva data di morte.
Cadolo fu molto abile nell’accrescere il potere della famiglia, anche riuscendo a tessere rapporti stretti con altre importanti casate, lui stesso ad esempio sposò Gemma, figlia di Landolfo IV, principe di Capua e Benevento. Nel 964 sappiamo inoltre che partecipò a Lucca ad un giudizio tenuto alla presenza dell’Imperatore Ottone I.
Il prestigio e la potenza della famiglia crebbe enormemente durante la vita di Cadolo, che decise di espandere ulteriormente la sua influenza creando il primo centro religioso della famiglia: l’oratorio di San Salvatore a Fucecchio.
Inizialmente si trattava di un oratorio, che sorgeva nella località di Borgonuovo, presso Salamarzana, (l’attuale Fucecchio). Si trattava di una posizione strategica: lungo il tratto della via francigena che da Lucca scendeva fino a Siena, ma anche essendo sul corso dell’Arno permetteva di agevolare la linea degli scambi commerciali tra Pisa e Firenze, esisteva anche un porto per favorire il trasporto fluviale delle merci. Per consolidare la posizione della famiglia nella Valdarno, Cadolo istituì una curtis a Fucecchio e vi fondò un castello.
A Cadolo successe Lotario, neanche di lui sono riportate informazioni dettagliate su quando visse con esattezza, ma è attestato come conte a partire dal 986 e l’ultima volta vivente nel dicembre del 1028 e citato come defunto a partire dal 1034.
Quel che è certo è che ingrandì il complesso di San Salvatore a Borgonuovo, trasformandolo in un monestero e ne fondò anche un altro, a Settimo, oggi frazione di Scandicci (FI). Lo scopo era quello di consolidare ulteriormente la presenza cadolingia lungo l’importante rotta commerciale dell’Arno. Lotario ebbe cinque figli, di quattro maschi dei quali però sopravvissero solo Berta e Guglielmo detto il Bulgaro, che si successe alla carica di conte.
Il ruolo giocato durante la lotta per le investiture

Guglielmo Bulgaro (di cui si hanno notizie tra il 1034 e il 1073) proesguì nella tradizione di famiglia nell’elargizione di donazioni alla cattedrale di Pistoia e ai monasteri di famiglia. Il Bulgaro fu molto attento alle questioni religiose del suo tempo e fu legato al fondatore della Congregazione Vallombrosiana, il futuro santo Giovanni Gualberto, al quale affiderà il monastero di Settimo. Era un’epoca questa segnata dalla lotta contro la simonia, nel clima che ha preceduto la riforma gregoriana.

Tra gli ecclesiastici accusati di tale crimine compariva lo stesso vescovo di Firenze, Pietro Mezzabarba. Nel 1068, proprio nel monastero di Settimo, la tradizione parla di un evento miracoloso: un monaco vallombrosiano, pietro Igneo, per dimostrare la santità delle ragioni del suo movimento oltrepassò un rogo accesso rimanendone illeso. La notizia dell’evento convinse il papa Alessandro II a deporre il vescovo.

Alla luce del successo dei vallombrosiani, il conte Bulgaro concesse loro anche il monasero di Borgonuovo. Un tale atteggiamento non deve però far pensare che il conte fosse un personaggio mosso da fervore religioso, ma da un più pragmatico tentativo di espandere il potere della famiglia, anche a danno dei vescovi. Il 1 dicembre 1059 in un solenne giudizio di fronte a papa Noccolò II, il conte si vede costretto a restituire al vescovo di Volterra la metà di due castelli di Pulliciano e Colle Muscioli, oltre altri beni. Il Bulgaro dovette inoltre chiedere perdono per tutti i danni causati ai beni episcopali quali omicidio, incendio e assalto.
Guglielmo Bulgaro non fu implicato soltanto nelle questioni ecclesiastiche, mantenne buoni rapporti con i marchesi di Tuscia.
Dopo la morte del Bulgaro, il figlio Ugo, detto Ughiccione, subrentrò alla carica comitale. Come il padre egli fu coinvolto negli avvenimenti politici del suo tempo: ovvero alla fase della lotta per le investiture che ebbe come protagonisti Gregorio VII e la contessa Matilde di Canossa opposti all’Imperatore Enrico IV. I Cadolingi mantennero il loro aperto appoggio al partito filo imperiale, che costò a Ughiccione la scomunica papale nel 1078 per aver partecipato alla cacciata del vescovo di Lucca e averne depredato alcuni beni.
Nel 1082, il conte ottenne il perdono papale grazie alla mediazione di Pietro Igneo, nel frattempo divenuto abate del monastero di Borgonuovo. Nel 1089 Ughiccione fondò il monastero di Morrona, nelle Colline Pisane, un monastero dedicato a S.Maria ed un altro a Montepiano, nei pressi di Vernio (PO).

 

Crisi ed estinzione della casata

La fine del XI secolo e l’inizio del successivo vide una rapida fase di crisi della famiglia dei Cadolingi, fenomeno comune ad altre casate faudali del periodo. La lotta per le investituire era stata molto dispendiosa per le casse dei conti, che si videro costretti a dare in pegno le loro terre in cambio di denaro.
Questo fenomeno è noto fin dagli ultimi anni di vita di Ughiccione e si intensifica con i suoi quattro figli (Ugo detto Ugolino, Lotario, Ranieri e Bulgarino). Il 4 agosto 1098 i quattro fratelli impeganrono un terreno per venti lire, il 2 luglio 1104, gli unici superstiti Ugolino e Lotario dovettero cedere in pegno altre terre per duecento lire.
Negli anni 1108 e 1109 l’ultimo dei quattro fratelli, Ugolino, fu costretto ad impegnare altri possedimenti, come il castello di Morrona con la sua corte e la corte di Vivaia.
Tra i creditori della famiglia figurano gli stessi monasteri fondati proprio dalla famiglia, una delle ragioni è il fatto che le chiese e i monasteri fondati dai nobili laici fungevano anche da fonte di ricchezza e denaro per la famiglia, da cui in caso di necessità poter anche chiedere dei prestiti. Molti dei quali però non furono restituiti.
Ad aggravare ulteriormente la situazione economica della famiglia fu la partecipazione di Ugolino alla guerra compattuta tra Pisa e Lucca agli inizi del XII secolo per il possesso di Prato.
Da fonti indirette sappiamo che i Cadolingi si schierarono dalla parte di Lucca, in una coalizione che riuniva sotto il comando di Matilde di Canossa, anche Firenze, Pistoia, i Conti Guidi e Arezzo, contro Pisa, Siena e Volterra.
Il conte Ugolino morì il 13 febbraio del 1113 senza eredi, con lui la stirpe dei Cadolingi si estinse. Egli dispose che i beni ecclesiastici accumulati vennero restituiti ai vescovi di Lucca, Pisa, Firenze, Pistoia e Volterra. L’ingente eredità della famiglia fu però la causa di aspri conflitti che coinvolsero buona parte della Toscana: oltre ai vescovi altri pretesero a diverso titolo parte dei beni di famiglia, in primis l’Imperatore, casate aristocratiche con legami di parentela con Ugolino, come gli Alberti e gli Upezzinghi, ma anche le città, che miravano ad estendere la propria influenza.

Albero genealogico dei conti Cadolingi
Albero genealogico dei conti Cadolingi

 

Collegamenti esterni:

Atti di un giudizio tenuto a Lucca dall’imperatore Ottone I (giunto in pessime condizioni), nel quale Cadolo è citato come testimone

Un documento del 20 febbraio 1113 con il quale la vedova di Ugo III rinuncia ai suoi beni situati a Fucecchio in favore dei vescovati toscani

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